venerdì, 20 novembre 2009
 
Mi scocciano le persone che non mi capiscono, che si accontentano di osservarmi solo da un lato perché è il più rassicurante. Quello facilmente più inquadrabile. Mi secco moltissimo. Mi secco al punto che quasi vorrei usare le cicatrici che porto in tasca per schiaffeggiare le facce dei facili perbenisti travestiti da alternativi intellettualmente camp.
La purezza rende le persone migliori? O è soltanto più facile essere belli, buoni, bravi e giusti quando non sei ancora stato immerso nel fango? Il bene non può contenere alcuna divisione, molteplicità o distinzione; per questo è al di sopra persino di qualsiasi categoria di essere. Il concetto di esistenza deriva dagli oggetti dell'esperienza umana, ed è un attributo di questi, ma l'infinito trascendente è al di là di tali oggetti, quindi al di là dei concetti che ne deriviamo.
Il ginocchio fa ancora male. Un delicato crack improvviso a fine lezione. Un piccolo dolore da portare a spasso facendoci l’abitudine. Come gli altri che mi porto dentro, che mi hanno distratto con la loro acutezza fino a quando li ho fatti diventare parte di me. Fino quasi finalmente a dimenticarmene. Ho reso sordi i dolori smettendo di ascoltare. Non mi fermo mai a ragionare su questo aspetto. Sul mio aspetto. Mi piacciono questi pezzi di ricambio neri di vita che deturpano ma mantengono la macchina in moto? La strada è lunga e chi si ferma è schiacciato.
È così che ci si sente quando si fa un viaggio molto lungo nel tempo e nello spazio? Non si è più sicuri di voler tornare nel posto dal quale si è partiti? Troveremmo delusione? Freddezza e distacco? Senso di estraneità? Troveremmo ancora una casa o uno spiazzo vuoto, il mio cuore bruciato allungato allo spasimo sulla linea dell’orizzonte?
Penso allo stagista indiano orgogliosamente impacciato nel suo travestimento in giacca e cravatta, che racconta del lavoro nuovo fiammante nella piccola compagnia. Penso alla studentessa colombiana dalla bocca innamorata, che racconta del matrimonio messo in piedi in fretta e furia mentre rigira ipnoticamente la fede sul dito. Penso a quel vecchio ragazzino allampanato, ingenuo, fiducioso.  Penso ai suoi occhi spalancati e affamati. A volte mi chiedo se qualcuno ha nostalgia di quel vecchio io. A volte vorrei lasciare un fiore dove è scomparso, andato in briciole sotto i colpi di maglio degli eventi.
Ogni giorno sono affaticato, anche se non amo darlo a vedere. Ogni risveglio significa indossare i panni di Sisifo e ricominciare a  cavare da queste stesse vene la sostanza catalizzatrice capace di risanare la corruzione della materia.  
 
postato da: AtenaGlaukopis alle ore novembre 20, 2009 11:50 | Permalink | commenti (4)
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martedì, 17 novembre 2009
I get all the guys I get all the guys I get all the guys I get all the guys I get all the guys


 
Mi piacciono gli italiani Mi piacciono gli spagnoli Mi piacciono gli inglesi Mi piacciono i francesi Mi piacciono i mori Mi piacciono i biondi Mi piacciono i rossi Mi piacciono i castani Mi piacciono i piccoletti  Mi piacciono i marcantoni Mi piacciono i bassetti Mi piacciono i perticoni Mi piacciono i moquettati sul petto Mi piacciono i glabri Mi piacciono i rasati  Mi piacciono i barbuti Mi piacciono i pizzettati Mi piacciono i baffuti Mi piacciono i calvi Mi piacciono i capelloni Mi piacciono i riccioloni Mi piacciono i lisci Mi piacciono quelli senza tatoos Mi piacciono quelli senza piercing Mi piacciono i tatuati Mi piacciono i forati Mi piacciono i lethear Mi piacciono gli sportivi Mi piacciono quelli in giacca e cravatta Mi piacciono i coetanei Mi piacciono quelli più grandi Mi piacciono tutti
 
postato da: AtenaGlaukopis alle ore novembre 17, 2009 12:51 | Permalink | commenti (4)
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venerdì, 13 novembre 2009
 
Il teorema di Atena-Jugovic afferma che per le equazioni emotive di grado quinto o superiore non esiste una formula risolutiva generale esprimibile tramite posizioni radicali.
 
Il teorema fu provato per la prima volta da Atena in settembre, ma la sua dimostrazione fu generalmente ignorata. Sebbene contenesse una piccola lacuna, fu piuttosto innovativa nell'uso dei gruppi di permutazione. Il teorema è anche attribuito a Jugovic, che pubblicò una dimostrazione nel mese di ottobre.
 
Il contenuto di questo teorema viene spesso frainteso. Esso non asserisce che gli equilibri emotivi di grado superiore al quarto siano insolubili. Infatti, tutti i rompicapi emozionali hanno soluzione (perlomeno nel campo dei caratteri complessi), come afferma il teorema fondamentale dell'essere umano. Nonostante tali soluzioni non possano sempre essere espresse a parole in maniera esatta, esse possono essere calcolate fino ad un grado di precisione arbitrario usando tecniche decisionali come il metodo Megliosolichemaleaccompagnati o il metodo Ammetticheancheseèunbravoragazzopropriononcisiamo, e in questo modo non sono diverse dalle soluzioni delle equilibri emotivi di secondo, terzo e quarto grado. Il teorema riguarda solo la forma che una soluzione deve avere: la soluzione di una situazione di grado superiore al quarto non può sempre essere espressa partendo dai coefficienti in modo elementare, utilizzando cioè soltanto le operazioni di addizione di un'assenza, sottrazione delle emozioni, moltiplicazione della distanza, divisione dai pensieri ed estrazione di radici poco quadrate.
 
Rimane il fatto che, nonostante tu sia un idraulico, in due mesi non hai mai dato un'occhiata alla mia caldaia morente e hai punito la mia decisione lasciandomi gelare al freddo come un cane. Ma del resto si sa: io non sono certo tipo da legarsi le cose al dito. 
 
ps: un ringraziamento speciale per il prodigioso lavoro di video editing dell'attempato, ma ancora piacente, signore di mezzetà Mistovolante 
 
postato da: AtenaGlaukopis alle ore novembre 13, 2009 17:08 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 10 novembre 2009
Did you really think that I would really take you back? Let you back in my heart one more time? Ohh. No. No. Did you think that I'd still care? That there'd be more feeling there? Did you think you could walk back in my life? So you found you miss the love you threw away, baby, but you found it out too late. Too Late. And so now you know the way it feels to cry, the way that I cried when you broke my world in two. Baby, I learned the way to break a heart I learned from the best: I learned from you. I remember cold nights, tears I though would never dry, how you shattered my world with your goodbye, your goodbye baby. I would've sold my soul then, just to have you back again. Now you're the last thing on my mind. Now you say your sorry and you've changed your ways. Sorry but you changed you ways too late. So when all you've got are sleepless nights, when those tears are clouding up your eyes, just remember it was you who said goodbye. Who said goodbye.”
 
 
Sei riuscito a sparire per due mesi e ora mi inciampi tra i piedi in continuazione. Stavolta però non ho resistito e te le ho servite su un piano d’argento, disposte elegantemente in bell’ordine, con tutta la superiorità e l’indifferenza umanamente possibili. Ti ho cacciato giù fin in fondo alla gola il tuo esser senza palle, il tuo cronico non saper gestire con onestà e schiettezza quella sottospecie di frequentazione che abbiamo strascicato per quasi due mesi. Ma incredibilmente sono riuscito a farlo senza mostrare alcun livore e lasciando invece abilmente trapelare una tiepidezza d’animo che sottolineasse il mio aver voltato serenamente pagina. Tu hai incassato maluccio, ma per lo meno consapevole che la figura migliore la potevi fare solamente annuendo mestamente col capo chino, lo sguardo colpevole e le orecchie basse basse. Del resto i fatti esposti in modo obiettivo spesso son ben più crudeli e spietati della mistificazione da infatuato abbandonato sotto la pioggia torrenziale. Nelle schermaglie tra poveracci si ricorda sempre di servire la vendetta fredda, senza contare che gelida risulta ancor più indigesta. È andato tutto liscio. Quasi non mi sembravo io. Un'eccellente performance da persona equilibrata. O più proababilmente da grandissimo istrione del palcoscenico. Ho portato avanti la conversazione secondo il manuale del perfetto vincente, con nella testa la vocina di Giannissima che infiorettata dalle vocali toscane mi sussurrava “Vedrai, stai tranquillino: prima o poi quelli come lui tornano indietro”. Arrivato in splendido spolvero al gran finale, al rutilante climax dei climax, quando ormai ti avevo in pugno e ti sentivo sul punto di chiedermi di rivederci, mi sarebbe bastato sfoderarti un distaccato “No grazie, ho di meglio da fare della mia vita che sprecare il mio tempo con uno come te”. Invece tu mi hai proposto quasi timidamente una serata ed io ho inopportunamente detto subito di sì. Deficiente...
 
postato da: AtenaGlaukopis alle ore novembre 10, 2009 17:11 | Permalink | commenti (6)
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mercoledì, 04 novembre 2009


 
Povero Leno! Povero Leno! Che pena constatare quanto sei senza attributi! Se non fosse per il fatto che conservo ancora residui di amor proprio, farei come coi cuccioli che non hanno ancora imparato dove e quando defecare: ti prenderei quel bel muso barbuto che adoravo incondizionatamente per schiaffarlo dentro i tuoi stessi escrementi. Ma tanto, al contrario di un ottuso e tenerissimo labrador, tu non impareresti comunque niente. Mi fa pena l’aria stupita dietro la quale ti nascondi goffamente (“Sei un mito! Come hai fatto a trovarmi? Come stai? Sei arrabbiato con me?”). Mi fa pena la tua sfacciata incoerenza. Mi fanno pena le tue promesse non mantenute. Mi fanno pena le tue sfinenti pippe mentali. Mi fa pena la tua patetica fobia verso il mondo gay, verso la parte di te stesso che ti spaventa e che cerchi di nascondere e sopprimere. Mi faccio pena un po’ anche io, che per un attimo ho mancato un battito al cuore nel rivedere la tua disarmante fisicità. Che pena rendermi conto che, sprofondato com’ero nel mio innamoramento adolescenziale, ho fortissimamente voluto vedere una nobile aquila solitaria mentre fronteggiavo solo uno sfigato cappone frascatese. Che pena… Che pena… Poor Atena! Poor Atena!
 
postato da: AtenaGlaukopis alle ore novembre 04, 2009 14:30 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 02 novembre 2009
 
Non lo avrei mai pensato. Eppure eccoci nuovamente qui, allacciati nel buio, sotto questo piumone troppo caldo. Ti sei addormentato veloce, scivolato nel sonno come solo i bambini sanno fare. I tuoi 85 kg di muscoli mi pesano piacevolmente addosso mentre il tuo petto peloso mi solletica la schiena. Cosa ci faccio stretto nella morbida morsa di questo sogno alla Tom of Finland versione 2K? Mi arrovello chiedendomi perché a volte inciampo nelle situazioni senza rendermene conto. Intanto la sveglia ticchetta velenosa l’avvicinarsi di un nuovo tignoso lunedì gonfio di pioggia.
 
Nothing is really wrong Feeling like I don't belong Walking around some kind of lonely clown
Rainy days and Mondays always get me down
postato da: AtenaGlaukopis alle ore novembre 02, 2009 12:41 | Permalink | commenti (19)
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martedì, 27 ottobre 2009

AtenaVsGea

Gea è il Titano progenitore, la nonna delle nonne: la mitologia glaukopide narra infatti di come l’immortale balia di tutti i topolini dell’Olimpolitecnico sorse dopo il Caos riportando l’Ordine in un disperato accrocchio di fatture, decreti, pagamenti e cazzabubole finanziarie di varia natura.
Questa divinità viene solitamente raffigurata in tutta la sua non propriamente statuaria altezza adornata di maglie con mollone e calzari onomatopeici, in una mano il torrone e nell’altra un simulacro in terracotta del torrazzo, mentre con fiera aria di sfida spinge orgogliosamente in fuori le proverbiali tette (da cui deriva il famoso appellativo di “Gea dagli ampi seni).
Il carattere di questa dea è notoriamente più ruvido del lato verde delle spugnette per lavare i piatti. Del resto la leggenda la racconta cresciuta come una piccola scimmietta selvaggia in una landa desolata dove la morbidezza d’animo è misconosciuta, facendosi fare il bagnetto all’aperto in una tinozza d'acqua fredda nel bel mezzo di un gelido inverno.
Il mondo di Gea è un paese delle meraviglie alla rovescia, un surreale microtriangolo delle Bermuda, un grazioso piccolo circo di Freak popolato di vecchineconlabadante, di anzianilabradorzoppi, di bastardinisalterinidallacestadellebici, di babybabycompraqualcosa, di figozzi” vabbuòraga’stiamoattenti, di squlibratecoiloroimprovvisiPRRRR!, di sgrat, di ciaoiovadooo, di nontollero, di èinaffrontabile, di treninritardo, di spumoni&ovuliantibruciabrucia, di cebbbeccano, di Anelli, di corteggiatoripaolotti, di lentiacontattochepertoglierlepoibisognafareilcirco, di Seicento, di cormoranichetigridanofortissimoBuongiorno!, di deglutizioniselvagge, di imitazioninfreestyle, di cialtronismiamanetta, di ascellerotte, di calmat', di acconciatureacarciofotto, di pernoiNONC’è, di perfettoS! e di chi più ne ha più ne metta.
La dea dagli ampi seni è tutto questo e anche ben altro. Gea è un animaletto bizzarro, dal manto setoloso e nerastro: ciò che maggiormente la caratterizza è infatti la presenza di una gran quantità di aculei avvelenati, che altro non sono che peli modificati. Ma la temibile divinità nasconde nel fondo, tra le pieghe dei molloni, un animo gentile anche se ruvidamente impanato di sabbia, un cuore di tenerezza occultato per non capito pudore sotto la scorza ruvida di un lunedì mattina da lasciatemistare.
Il cuore di Gea non si raggiunge in fretta e neanche facilmente, ma solo attraverso strade tortuose e accidentate irte di imprevisti e di inconsapevoli piccole prove di iniziazione. Ma, una volta conquistata, poi ti tratta come fanno quelle mamme che quando cadi e ti fai male prima ti urlano contro con un tuffo al cuore e una volta che si sono assicurate che stai bene ti danno una sculacciata forte e laprossimavoltavedidistarepiùattentochevedicosasuccede. Gea ci ricorda ogni giorno che spesso i cuori più ampi hanno un’imboccatura stretta e frastagliata.
Se l’amicizia di Demetra con Atena è una soffice copertina calda nelle notti invernali, quella con Gea è la confortante sensazione di avere sempre qualcuno che nei giorni di tempesta lascia un lumino acceso, una piccola traccia alla finestra per riportarti a casa. Perché ogni nuova paura alza il fumo negli occhi e se a volte le parole cominciano male vorresti riuscire a dire che Gea è parte di Atena e scioglie i nodi, le resistenze, le sue mani chiuse.
 
 
postato da: AtenaGlaukopis alle ore ottobre 27, 2009 17:45 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 26 ottobre 2009
 
È uno di quei giorni in cui persino schiudere le palpebre costa una fatica esagerata. Perché lo sguardo, appena appena appannato da un’emozione che assottiglia anche il flusso d’aria alla trachea, vede dietro le spalle solo fatica e davanti valanghe di incertezza pronte a soffocarti del tutto. Allora, quasi per istinto, abbassi la testa e punti bene i piedi, anche se nell’istante stesso in cui realizzi quel che stai facendo vieni invaso dall’impotenza e dal senso del ridicolo. È con un amaro sorriso gonfio di consapevolezza che ti prepari ad essere investito dal candido abbraccio dei cristalli d’acqua ghiacciata. È con il muscolo cardiaco zuppo di gelo che incrociamo, distanti ma per certi versi paralleli, la paura dilatata nelle pupille, mentre con sforzo inatteso lanciamo il nostro corpo fatto a pezzi oltre il muro che vuol travolgerci. In fin dei conti nessuno aspira mai veramente a morire seppellito vivo.
 
postato da: AtenaGlaukopis alle ore ottobre 26, 2009 16:11 | Permalink | commenti (7)
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mercoledì, 21 ottobre 2009
 
Come ogni autunno tornano ciclicamente a far capolino alcuni fenomeni di cui siamo ormai consapevoli e in qualche modo rassegnati: le foglie inziano svogliatamente a cadere, le temperature si abbassano con piglio spietato e i piccoli innamoramenti si schiudono timidamente come uova di tartaruga. È impegnativo e a volte mi pesano quelle tre volte a settimana: il corpo, non più abituato a tante sollecitazioni, è pieno di acciacchi e piccole contratture. Eppure mi son reso conto che è sempre più spesso al centro dei miei pensieri. Dopo tanto tempo mi sento nuovamente pieno di energia e voglia di fare. Cerco di forzare le mie innate rigidità per raggiungere degli obiettivi che per una volta ho finalmente chiari nella mente. Ogni volta è un traguardo intermedio raggiunto, un po’ di terreno in più guadagnato. Mi piace quella sensazione di ritualità, la tazza di tea da sorseggiare seduti per terra e le morbide chiacchierate prima di iniziare, la stanza calda ed accogliente. Mi piace sentirmi guidato con mano ferma ma decisa, ascoltare le indicazioni espresse da una voce gentile ma autorevole, essere spinto ad ogni occasione un po’ più in là dei miei numerosi limiti. Mi piace sentire il corpo coperto da un velo di sudore, stanco ma rilassato, mentre ci si gode la tranquillità e il silenzio quando si avvicina la fine dell’ dell’incontro. Mi piace fumare la mia sigaretta mentre passeggio tornando verso casa con la mente piacevolmente sgombra, assaporare la sensazione di benessere che mi accompagna anche nelle ore successive. E pazienza se l’ultima volta la caviglia gridava vendetta quando mi sono bloccato nella posizione del loto e non riuscivo più a disincastrarmi. In fondo ho sempre immaginato che lo yoga richiedesse una certa dose di sacrificio.
 
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giovedì, 15 ottobre 2009
I never meant to cause you trouble,  And I never meant to do you wrong,
And I, well if I ever caused you trouble, O no, I never meant to do you harm
 
 
 
Di lettere ne ho sempre scritte poche, di rado e solo a persone per me molto importanti.
 
Negli ultimi mesi ho commesso molti errori, pagandone le conseguenze ma senza essere in grado di gestirle in maniera appropriata per la maggior parte delle volte. Mi sono sentito un peso, una fonte di problemi e preoccupazioni. Quando settimana scorsa ho chiesto la tua presenza e il tuo aiuto ero sinceramente a disagio: sai che solitamente mi costa grande fatica rivolgermi a chi mi sta vicino, eppure in quell’occasione ne ho sentito profonda l’esigenza. E la prima persona a cui ho pensato sei stata tu. Senza esitazioni.
 
Ma come è successo già altre volte la mia poca presa sulla realtà, la leggerezza svagata che ogni tanto domina la mia vita, ti ha costretto a preoccuparti a ragion veduta per me e quello che stavo vivendo. Mi sono sentito stupido e indelicato a causa della mia incuranza verso la tua legittima apprensione. A volte la mia intelligenza fa cilecca. Di questo ti chiedo perdono. Ti chiedo di perdonare e di capire perché quando poi ti sei rivolto in tono così aggressivo verso di me mi sono spaventato e chiuso al riparo delle mie difese: “fuori tutti, dentro ci sto solo io e lasciatemi in pace finché non mi passa l’ansia”. Quello che voglio farti comprendere è che essere stato aggredito fisicamente e aver sentito fortissima una minaccia reale e viscosa come quella che ti avevo raccontato mi ha reso ipersensibile. So che tu, che hai sempre dimostrato di voler essere il mio sostegno e il mio rifugio, riveli il lato più brusco del tuo carattere solo nei confronti delle persone alle quali tieni di più. Ma in quella telefonata io ho avuto quasi paura di te. Irrazionalmente, me ne rendo conto a posteriori, però in maniera tale da non riuscire a gestire qualsiasi comunicazione successiva con te.
 
Volevo solo farti sapere questo. E anche che adesso sono ancora scosso, ma finalmente pronto ad ascoltare le cose (probabilmente non molto piacevoli, vero?) che hai da dirmi. Se ancora (come spero) ne avrai voglia.
 
Ti abbraccio.
 
postato da: AtenaGlaukopis alle ore ottobre 15, 2009 17:19 | Permalink | commenti (4)
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