Mi scocciano le persone che non mi capiscono, che si accontentano di osservarmi solo da un lato perché è il più rassicurante. Quello facilmente più inquadrabile. Mi secco moltissimo. Mi secco al punto che quasi vorrei usare le cicatrici che porto in tasca per schiaffeggiare le facce dei facili perbenisti travestiti da alternativi intellettualmente camp.
La purezza rende le persone migliori? O è soltanto più facile essere belli, buoni, bravi e giusti quando non sei ancora stato immerso nel fango? Il bene non può contenere alcuna divisione, molteplicità o distinzione; per questo è al di sopra persino di qualsiasi categoria di essere. Il concetto di esistenza deriva dagli oggetti dell'esperienza umana, ed è un attributo di questi, ma l'infinito trascendente è al di là di tali oggetti, quindi al di là dei concetti che ne deriviamo.
Il ginocchio fa ancora male. Un delicato crack improvviso a fine lezione. Un piccolo dolore da portare a spasso facendoci l’abitudine. Come gli altri che mi porto dentro, che mi hanno distratto con la loro acutezza fino a quando li ho fatti diventare parte di me. Fino quasi finalmente a dimenticarmene. Ho reso sordi i dolori smettendo di ascoltare. Non mi fermo mai a ragionare su questo aspetto. Sul mio aspetto. Mi piacciono questi pezzi di ricambio neri di vita che deturpano ma mantengono la macchina in moto? La strada è lunga e chi si ferma è schiacciato.
È così che ci si sente quando si fa un viaggio molto lungo nel tempo e nello spazio? Non si è più sicuri di voler tornare nel posto dal quale si è partiti? Troveremmo delusione? Freddezza e distacco? Senso di estraneità? Troveremmo ancora una casa o uno spiazzo vuoto, il mio cuore bruciato allungato allo spasimo sulla linea dell’orizzonte?
Penso allo stagista indiano orgogliosamente impacciato nel suo travestimento in giacca e cravatta, che racconta del lavoro nuovo fiammante nella piccola compagnia. Penso alla studentessa colombiana dalla bocca innamorata, che racconta del matrimonio messo in piedi in fretta e furia mentre rigira ipnoticamente la fede sul dito. Penso a quel vecchio ragazzino allampanato, ingenuo, fiducioso. Penso ai suoi occhi spalancati e affamati. A volte mi chiedo se qualcuno ha nostalgia di quel vecchio io. A volte vorrei lasciare un fiore dove è scomparso, andato in briciole sotto i colpi di maglio degli eventi.
Ogni giorno sono affaticato, anche se non amo darlo a vedere. Ogni risveglio significa indossare i panni di Sisifo e ricominciare a cavare da queste stesse vene la sostanza catalizzatrice capace di risanare la corruzione della materia.
postato da: AtenaGlaukopis alle ore novembre 20, 2009 11:50 | Permalink | commenti (4)
categoria:musica, friends, nero, distanze, autoritratto, stralci, ahi , divas, a come ale, frattaglie varie
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